
di Francesca Lequaglie e Ilaria Carmen Restifo — Altreconomia,
Nei corpi di polizia -civili e militari- si registra un elevato tasso di suicidi anche se la lettura complessiva del fenomeno è vanificata dalla reticenza dei ministeri a divulgare dati certi e coerenti. Le cause sono gli elevati livelli di stress, un ambiente lavorativo ostile, la disponibilità dell’arma di ordinanza e lo stigma sulla salute mentale. Il tema andrebbe affrontato in modo deciso dal governo che invece facilita l’accesso alla “pistola personale” per 300mila agenti.
Il 21 giugno di quest’anno in provincia di Pescara è stato trovato il corpo di un agente di polizia il cui gesto volontario è ancora in fase di accertamento. Il 20 giugno, a Trieste, si è suicidato nel suo alloggio un agente della penitenziaria, da poco in pensione. Il 17 maggio, in provincia di Lecce, il corpo di un caporal maggiore dell’esercito è stato rinvenuto impiccato a un albero all’interno della sua proprietà. Lo stesso giorno, a Livorno, un sovrintendente della polizia penitenziaria si è tolto la vita allo stesso modo. Il 4 maggio a Bari un agente della polizia si è suicidato con la pistola d’ordinanza. (…)
Un altro elemento non trascurabile in fatto di suicidi in divisa è poi la disponibilità dell’arma, che gioca un ruolo chiave. Secondo i dati dell’Onsfo, il 78,19% dei suicidi nelle forze di polizia avviene con l’arma d’ordinanza. Questo evidenzia l’importanza di monitorare e gestire l’accesso alle armi, soprattutto in caso di segnali di malessere mentale. Su questo punto fa discutere l’articolo 28 del fresco “Decreto sicurezza”, licenziato dal Governo Meloni, che amplia la platea dei soggetti autorizzati a detenere armi personali.
Con il nuovo decreto infatti circa 300mila “persone in divisa” potrebbero acquistare armi senza l’obbligo di comunicarlo ad autorità, ai conviventi maggiorenni e senza chiedere una licenza. Una sorta di “pistola personale”. La misura riguarderebbe agenti di polizia, Guardia di Finanza, penitenziaria, municipale, carabinieri, militari, Vigili del fuoco e guardie boschive. “Fino ad oggi solo figure apicali come ufficiali della pubblica sicurezza e magistrati avevano la possibilità di detenere armi, ma per ragioni di difesa personale”, fa notare Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal).
Secondo Beretta, la prima incongruenza è che questa possibilità viene presentata come una misura per aumentare la sicurezza pubblica, non per tutelare quella della persona. “Se lo Stato vuole permettere a 300mila agenti di acquistare armi per svolgere la loro funzione anche al di fuori dell’orario di lavoro -insiste Beretta- dovrebbe intanto fornire direttamente l’arma e garantire un’adeguata preparazione su come comportarsi quando si è in borghese”. Inoltre, Beretta lamenta il fatto che “ad oggi, il personale è sottoposto a visite mediche annuali, non a controlli tossicologici o psicologici specifici”.
È una professione soggetta a forte stress e a un’alta possibilità di suicidio. “Avere un’arma in più a disposizione significa esporsi a un rischio anche maggiore, non solo per la collettività ma per gli stessi agenti”, avverte Beretta.
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Foto: La festa dei carabinieri al velodromo Vigorelli di Milano lo scorso 5 giugno © Maurizio Maule / IPA – Altreconomia