Il caso Roggero e il mercato della paura in Italia

a cura di Carlo Cefaloni – Fonte: Città Nuova

La forte pressione commerciale per la vendita di armi da fuoco in Italia nonostante il nostro Paesi sia tra i più sicuri al mondo per tassi di omicidio. Le anomalie dei mancati controlli sulle condizioni mentali dei detentori legali di armi che non sono affatto leggere. Il caso delle fiere promosse per un settore che esporta l’80% di quanto viene prodotto, ma non ha un vero impatto rilevante in campo economico e dell’occupazione. Intervista a Giorgio Beretta, analista di Opal e autore del libro “Il Paese delle armi. Falsi miti, zone grigie e lobby nell’Italia amata

il caso di Mario Roggero è stranamente diventato centrale sui media nel pieno di un’estate torrida che rischia di offuscare le menti. L’idea della legittima difesa estesa alla “giustizia fai da te” spinge una parte della politica a chiedere l’impunità per il commerciante che, nel 2021, ha inseguito e ucciso due malviventi che avevano tentato di rapinare la sua gioielleria minacciando sua moglie e sua figlia.

La pressione mediatica sul presidente della Repubblica Mattarella per la concessione della grazia e la sospensione della pena nel caso specifico, è in linea con una lunga campagna di carattere culturale che punta a far diventare l’Italia come gli Usa e cioè “Il Paese delle armi”, titolo del libro approfondito sulla materia scritto da Giorgio Beretta, noto analista dell’Opal, che abbiamo intervistato.

Un’arma in casa garantisce davvero maggiore sicurezza?
 I dati dicono l’opposto. L’Italia è uno dei paesi più sicuri al mondo per tasso di omicidi (circa 0,5 ogni 100.000 abitanti). Tuttavia, se analizziamo gli omicidi commessi da legali detentori di armi, il tasso è di circa 1 su 100.000: esattamente il doppio della media nazionale. Avere un’arma in casa non è un fattore di sicurezza, ma un rischio, specialmente in casi di depressione o liti familiari. In Italia abbiamo circa 30-35 omicidi all’anno commessi con armi legalmente detenute.

Quali e quante armi si possono avere in casa oggi secondo la legge italiana?
In Italia, il numero di armi che si possono legalmente detenere in casa varia sensibilmente a seconda della categoria dell’arma, ovviamente a patto di essere in possesso di una licenza (come il porto d’armi per uso sportivo, caccia o il nulla osta). I limiti attuali sono i seguenti: armi comuni da sparo (pistole o revolver) fino a un massimo di tre, armi a uso sportive fino ad un massimo di 12 unità. Tra queste rientrano anche fucili semiautomatici come l’AR-15, spesso usati in contesti sportivi ma simili a quelli utilizzati nelle stragi negli Stati Uniti. Per i fucili da caccia vige un numero illimitato di armi detenibili. Questa norma risale a vecchie leggi del periodo fascista e alla legge 110 del 1975, basate sul presupposto storico (ormai superato) che chi poteva permettersi di avere molte armi per i vari tipi di caccia fosse una persona facoltosa e quindi intrinsecamente “affidabile”. Oltre alle armi, la legge stabilisce limiti anche per le munizioni e le polveri. È possibile detenere fino a 200 cartucce per armi comuni (pistole). Fino a 1.500 cartucce per fucili da caccia oppure 5 kg di polvere da sparo per chi pratica il caricamento domestico delle munizioni. Tutte queste armi devono essere regolarmente denunciate e conservate in luoghi sicuri, lontano dalla portata di minorenni, ma come è facile immaginare i controlli effettivi delle forze dell’ordine sono spesso difficili per mancanza di tempo e di risorse.

Quali sono le principali lacune nel sistema di rilascio delle licenze in Italia?
Il problema principale è l’affidabilità psichica. Attualmente basta un certificato del medico curante, che però non può sapere tutto, se una persona si cura privatamente perché ha scatti violenti e di rabbia. Proponiamo da anni esami clinico-tossicologici e psichiatrici obbligatori fatti da personale esperto. Un altro punto critico è la comunicazione ai conviventi: oggi è richiesta solo un’autocertificazione e le forze dell’ordine spesso non verificano per motivi di privacy. Inoltre, il rinnovo ogni 5 anni è troppo lungo; in quel lasso di tempo una persona può subire trattamenti sanitari obbligatori (TSO) senza che la prefettura ne venga informata tempestivamente, come accaduto in tragici fatti di cronaca.

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Foto: Lo stand della Fabbrica d’armi Beretta a EOS 2026 (foto OPAL)